Lady Shalott

È difficile da credere, ma in realtà ci sono sette diverse Elaine associate alla leggenda arturiana. Ma la più famosa Elaine è Elaine di Astolat, una donna che vive in un amore non corrisposto con Lancillotto. Versioni della storia di Elaine of Astolat appaiono in Le Morte d’Arthur di Sir Thomas Malory, Idylls of the King di Alfred Lord Tennyson e “The Lady of Shalott”, poesie di Letitia Elizabeth Landon e una storia di Andrew Lang

In “The Lady of Shalott” di Tennyson, Elaine è ritratta come una misteriosa donna fatata rinchiusa in una torre dove è imprigionata da un incantesimo. Tutto il giorno si siede e tesse il mondo che vede attraverso il suo specchio magico, perché non le è permesso lasciare la torre o guardare attraverso le sue finestre. Ma quando vede il bel Lancillotto, si innamora all’istante di lui e si volta verso la finestra. Il suo specchio va in frantumi. La piccola Elaine è stata maledetta da Morgana quando era ancora in gestazione nel ventre materno.

Morgana aveva avuto una visione, Lancillotto si sarebbe innamorato di Ginevra, ma una volta incontrato Elaine non avrebbe potuto fare a meno di amarla. Così però Artù non avrebbe mai sorpreso la moglie Ginevra tra le braccia di Lancillotto. Come ogni fiaba che si rispetti, la madre la chiude fin da bambina in una torre, sperando di proteggerla tragico destino di amore – morte.

Lasciando la torre per la prima volta, la Signora di Shalott si sdraia su una piccola barca e muore mentre galleggia verso Camelot. Sebbene sia una creatrice, una tessitrice e un’amante degli strumenti magici, Lancillotto osserva solo il suo “bel viso” quando la vede.

The Lady of Shalott
Lord Alfred Tennyson (1832)

Lungo entrambe le rive del fiume si stendono
vasti campi di orzo e segale
che rivestono la brughiera fino a incontrare il cielo;
e attraverso i campi corre la strada
verso la turrita Camelot;
e la gente va e viene,
guardando dove i gigli sbocciano
attorno all’isola, lì sotto,
l’Isola di Shalott.

Salici impalliditi, pioppi tremuli,
lievi brezze si oscurano e fremono
nella corrente che scorre perpetua
intorno all’isola nel fiume,
fluendo verso Camelot.
Quattro mura grigie, quattro torri grigie
sovrastano un prato di fiori,
e l’isola silenziosa dimora
la Signora di Shalott.

Presso le rive dai salici velate
Scorrono chiatte pesanti trainate
Da bestie lente mentre a vele issate
Fende uno scafo le onde increspate
Veloce verso Camelot
Ma chi vide mai un suo cenno di mano?
O della finestra stagliarsi nel vano
Chi conosce il destino arcano
Della Signora di Shalott?
Solo i mietitori, falciando mattinieri,

nell’orzo barbuto
odono una canzone che echeggia lietamente
dal fiume che limpido si snoda,
verso la turrita Camelot.
E sotto la luna lo stanco mietitore,
ammucchiando covoni sull’arioso altipiano,
ascoltando sussurra «È la maga»
la Signora di Shalott.

Lì intesse giorno e notte
una magica tela dai colori vivaci.
Ed aveva sentito una voce secondo cui
una maledizione l’avrebbe colpita
se avesse guardato verso Camelot.
Non sapeva quale fosse la maledizione.
E così tesseva assiduamente,
ed altre preoccupazioni non aveva,
la Signora di Shalott.

E muovendosi attraverso uno specchio limpido
appeso di fronte a lei tutto l’anno,
ombre del mondo appaiono.
Lì vede la vicina strada maestra
snodarsi verso Camelot;
Lei non conosce altra sorte
Se non di tessere fino alla morte
 E altro non accade alla corte
 Della Signora di Shalott

Ombre dai riflessi chiari vanno,
Nello specchio appeso, tutto l’anno
Ombre fugaci che di vita sanno
Lungo la strada da cui arriveranno
Le genti di Camelot.

Si torce in mulinelli la corrente
Passano i giovani dalle spalle spente
E le ragazze dalla voce ardente
vanno verso Camelot
A volte damigelle tintinnanti,
O un monaco in comunione con i santi
A volte un pastorello dai riccioli grondanti
E giovani paggi in livree rutilanti

Passano andando a Camelot
ed a volte attraverso lo specchio azzurro
i Cavalieri giungono cavalcando a due a due
lei non ha alcun Cavaliere leale e fedele,
la Signora di Shalott.

Ma con la tela ancor si diletta
ad intessere le magiche immagini dello specchio,
perché spesso attraverso le notti silenti
un funerale con pennacchi e luci
e musica andava a Camelot;
o quando la luna era alta,
venivano due innamorati sposati di recente.
«Mi sto stancando delle ombre» disse
la Signora di Shalott.

A un tiro d’arco dal cornicione della sua dimora,
lui cavalcò fra i mannelli d’orzo.
Il sole giunse abbagliante fra le foglie,
e splendente sui gambali di ottone
del coraggioso Sir Lancelot.
Un cavaliere con la croce rossa perpetuamente inginocchiato
ad una dama nel suo scudo,
che scintillò sul campo giallo,
presso la remota Shalott.

Brilla al sole il finimento Come una stella del firmamento
Risuonano di limpido accento
Sulle briglie campane d’argento
Mentre cavalca verso Camelot
E scende dall’imbrago stemmato
potente un corno argentato
risuona l’armatura al passo ritmato
Presso la remota Shalott

Il cielo terso, l’aria silente
Di gemme spesse la sella lucente
Sull’elmo il pennacchio fremente
brucia come brace ardente
Cavalcando verso Camelot
E mentre in cielo si danno convegno
Crocchi di stelle in antico disegno
Va nella notte il fulgido segno
Di una meteora su Shalott

La sua fronte ampia e chiara scintillò al sole;
con zoccoli bruniti il suo cavallo passava;
da sotto il suo elmo fluirono, mentre cavalcava,
i suoi riccioli neri come il carbone,
Mentre cavalcava verso Camelot.
Dalla riva e dal fiume
egli brillò nello specchio di cristallo,
“Tirra lirra” presso il fiume
cantò Sir Lancelot.

Lasciò la tela, lasciò il telaio,
fece tre passi nella stanza,
vide le ninfee in fiore,
vide l’elmo ed il pennacchio,
e guardò verso Camelot.
La tela volò via fluttuando spiegata;
lo specchio si spezzò da cima a fondo
«La maledizione mi ha colta» urlò
la Signora di Shalott.

Nel tempestoso vento dell’est che sferzava,
i boschi giallo pallido si indebolivano
l’ampio fiume nei suoi argini si lamentava.
Dal cielo basso la pioggia scrosciava
sopra la turrita Camelot;
lei discese e trovò una barca
galleggiante presso un salice,
e intorno alla prua scrisse
la Signora di Shalott.

Ed oltre la pallida estensione del fiume
come un’audace veggente in estasi,
che contempli tutta la propria mala sorte –
con una espressione vitrea
guardò verso Camelot.
E sul finir del giorno
mollò gli ormeggi, e si distese:
l’ampio fiume la portò assai lontano,
la Signora di Shalott.

Giace, le vesti di candida neve,
Che il vento agita di un tremito breve
Cadono le foglie sull’acqua greve
Canta la notte un sussurro lieve
Scendendo verso Camelot
E mentre la barca solca le onde
Tra salici e campi lungo le sponde
S’ode il canto che i sensi confonde
Della signora di Shalott

Si udì un inno triste, sacro
cantato forte, cantato sommessamente
finché il suo sangue si freddò, lentamente
ed i suoi occhi furono oscurati completamente,
volti alla turrita Camelot.
Prima che, portata dalla corrente,
raggiungesse la prima casa lungo l’argine
canticchiando il proprio canto morì
la Signora di Shalott.

Sotto la torre ed il balcone
vicino il muro del giardino e la loggia
lei galleggiò, figura splendente
di un pallor mortale, tra le case alte
silente dentro Camelot.
Vennero sulla banchina
il cavaliere, il cittadino, il Signore e la Dama
e intorno alla prua lessero il suo nome
La Signora di Shalott.

Chi è? Che c’è qui?
Nel vicino palazzo illuminato
si spensero i regali applausi
e, per la paura, si segnarono
tutti i cavalieri di Camelot.
Ma Lancillotto rifletté per un po’
E disse «Ha un bel viso;
Dio nella sua misericordia le conceda la pace
la Signora di Shalott».

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