Da tempo immemorabile i contadini di ogni parte d'Europa hanno usato accendere dei falò, i cosiddetti fuochi di gioia, in certi giorni

dell'anno, ballarvi intorno e saltarvi sopra. Vi sono testimonianze storiche del Medioevo sull'esistenza di questi usi e forti prove intrinseche dimostrano che la loro origine si deve cercare in un periodo molto anteriore alla diffusione del cristianesimo. Anzi le prime tracce o prove della loro esistenza nell'Europa settentrionale ci vengono date dai tentativi dei sinodi cristiani del secolo VIII di abolirli in quanto riti pagani. Non è raro che in questi fuochi si ardano dei fantocci (la vegia) o che si finga di ardervi una persona viva; e c'è ragione di credere che anticamente vi fossero davvero bruciati degli esseri umani.

Il fantoccio è formato di solito dai resti delle ultime potature. Bruciare questo pupazzo significa bruciare tutto ciò che rimane dell’anno vecchio, la natura rinsecchita viene a contatto con il fuoco-sole che rigenera la vita. Le ceneri saranno sparse sui campi.

La stagione in cui si fanno più comunemente questi falò è la primavera o l'autunno: ma molti si accendono anche alla fine d'autunno o durante l'inverno, specialmente alla vigilia d'Ognissanti (31 ottobre), il giorno di Natale e la vigilia dell'Epifania.

 

Se i pagani dell'Europa antica celebravano, come abbiamo ragione di credere, il solstizio d'estate o San Giovanni con una grande festa di fuochi di cui le tracce sopravvivono ancora in molti luoghi fino ai nostri tempi, è naturale supporre che essi osservassero, con simili riti, il corrispondente solstizio d'inverno, perché queste date sono le due grandi svolte nell'apparente viaggio del sole attraverso il cielo, e dal punto di vista dell'uomo primitivo nulla può sembrare più giusto che l'accendere fuochi in terra nei due momenti in cui cominciano a calare o a crescere il fuoco e il calore del massimo luminare del cielo.

Ma, mentre le due celebrazioni del solstizio erano feste del fuoco, la necessità o l'opportunità di fare dentro casa la celebrazione invernale le dava un carattere di festa privata o domestica che fortemente contrasta con la pubblicità della celebrazione estiva in cui il popolo si adunava in qualche spazio aperto, o su un'altura in vista, accendeva in comune un enorme fuoco di gioia, vi danzava intorno e si dava buon tempo.

 

 

Il vecchio rito del ceppo di Natale è ancora vivo in alcune parti della Germania centrale fino a circa la metà del secolo scorso. Così nelle valli del Sieg e del Lahn il ceppo di Natale, pesante blocco di quercia, veniva fissato nel piano del focolare dove, benché rosseggiasse sotto il fuoco, si riduceva a malapena in cenere dentro l'anno. Quando si metteva a posto il ceppo nuovo, le ceneri e il tizzone del vecchio ceppo si riducevano in polvere e durante le dodici notti tra Natale ed Epifania si spargevano per i campi per invigorire la crescita dei raccolti. In alcuni villaggi della Vestfalia usava che il ceppo di Natale (Christbrand) si togliesse dal fuoco appena un poco carbonizzato, e si conservasse per rimetterlo nel fuoco quando sopravvenisse un temporale con tuoni, perché il popolo credeva che il fulmine non poteva colpire una casa in cui bruciasse quel ceppo. In altri villaggi della Vestfalia l'uso antico era di legare il ceppo di Natale nell'ultimo covone della mietitura.

 

È notevole come fosse comune la credenza che i resti del ceppo di Natale, se tenuti per tutto l'anno, avrebbero protetto la casa dal fuoco e specialmente dai fulmini. Siccome il ceppo del Natale era spesso di quercia sembra possibile che questa credenza fosse una reliquia dell'antico culto ariano che associava la quercia col dio del tuono. Merita considerazione la possibilità che siano derivate dalla stessa sorgente antica la credenza nelle virtù curative e fertilizzatrici del ceppo del Natale, le quali si supponeva guarissero il bestiame oltreché l'uomo, aiutassero le vacche a partorire, e promuovessero la fertilità della terra.

 

Ma perché in così tanti paesi europei si accendevano questi grandi falò?

Da una parte si è ritenuto che fossero incantesimi del sole o cerimonie magiche che per il principio della magia imitativa dovevano assicurare la provvista necessaria di luce solare agli uomini, agli animali e alle piante accendendo dei fuochi che imitassero in terra la grande sorgente di luce e di calore nel cielo.

D'altra parte si sostiene che le cerimonie del fuoco non hanno necessariamente relazione col sole, ma hanno soltanto un'intenzione purificatrice, essendo intese a bruciare e distruggere tutte le influenze dannose tanto concepite in forme personali come streghe, demoni e mostri, quanto in forme impersonali come infezione o corruzione diffusa nell'aria.

 

È evidente che le due teorie postulano due diversi concetti del fuoco che ha la parte principale in questi riti. Per l'una il fuoco, come il sole nella nostra latitudine, è una geniale forza creatrice che sostiene la crescita delle piante e lo sviluppo di tutto ciò che produce salute e felicità; per l'altra è una fiera forza di distruzione che schianta e consuma tutti gli elementi nocivi, tanto spirituali che materiali, e minaccia la vita di uomini, animali e piante.

Al di là di teorie o credenze per noi riaccendere i fuochi significa avvicinare corpo e spirito alla madre di tutte le cose: la natura, magari sorseggiando un caldo bicchiere di vin brulè!

 

Il canto del Nuovo Sole
 

Ecco accendersi i fuochi in onore del Nuovo Sole....

Anno dopo anno secolo dopo secolo si sono arrampicati fino a noi.

Mormorano parole al vento, ricordi sensazioni perse nel mare del tempo.

Da una fiamma ad un altra

Da fiammella a grande falò in un istante.

Ai loro piedi ha inizio la nostra festa.

Brindiamo, celebriamo la vittoria del nuovo Sole sull'oscurità.

Usciamo dalle case, odoriamo il vento, questa notte è davvero magica

ogni supplica vola in alto tra le fiamme ancora una volta, per diventare realtà.

 

Myrddn mezzoelfo