"Scilla, Scilla, dimmi tu:
ma perché sei tanto blu?"

Io davvero non lo so
perché questa tinta ho!
Ci son mari e cieli, io penso,
di un blu che è più intenso
dell'azzurro che noi abbiamo
quando in Primavera siamo.

Forse, annuncio il blu d'Estate.
In quei giorni, a me pensate!

CICELY MARY BARKER

 

 

E' una bella pianticella, alta 10 centimetri, più o meno comune secondo le zone, cresce nei boschi cedui dove fiorisce precocemente in marzo e aprile.

Il piccolo popolo utilizza il pigmento ricavato dai sui fiori per tingere abiti e stendardi nonché per impreziosire il mantello della Regina delle fate.

 

LA LEGGENDA DI SCILLA

 

Scilla,  leggendaria creatura figlia di Forbante e della ninfa Crateide (detta anche Crataia), o per altri del calabro Forcide (meglio conosciuto come il dio Forco) e di Ecate, prima di assumere le sembianze di mostro era stata una bellissima fanciulla, amata dallo stesso Giove.

Di Scilla si era invaghito anche il dio marino Glauco che, per lei, aveva rifiutato l’amore di Circe, provocandone la gelosia.

In tal modo quando il nume, più volte rifiutato dalla giovane, si rivolse alla potente maga per ottenere un sortilegio capace di rendere Scilla disponibile alle sue voglie, la perfida maga, avendo maturato un odio implacabile nei confronti della ninfa, offesa ed indispettita decise di vendicarsi dell’affronto subito.

 

Avvalendosi delle proprie arti magiche, Circe organizzò un piano atroce per sbarazzarsi della pericolosa rivale, preparando un filtro avvelenato a base di erbe misteriose, con il quale avvelenò le acque della sorgente dove Scilla era solita bagnarsi.

La povera giovane, ignara della  terribile  sorte cui era destinata, entrando nelle acque avvelenate subì un’orrenda trasformazione: mentre la parte superiore del suo splendido corpo rimase immutata, la parte inferiore dello stesso degenerò e dal suo inguine nacquero sei spaventose teste di feroci cani latranti, dalle bocche dotate di tre fila di denti appuntiti, di cui non poté più liberarsi.

La leggenda vuole che Scilla, in preda alla disperazione, non avendo più il coraggio di mostrarsi agli occhi degli uomini, si rifugiasse in un antro naturale posto sotto la scogliera presso lo stretto, là dove la costa tirrenica si protende verso la Sicilia, a fronte del famigerato gorgo di Cariddi. Scilla viene descritta da Omero nell'Odissea, XII, 112 e sgg.

 

 

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