Litha solstizio d’estate

…. Conosco una sponda dove crescono il timo selvatico e la primula e la violetta dal capo tentennante, sotto un baldacchino di rigoglioso caprifoglio, di profumate rose damaschine e canine: parte della notte dorme ivi Titania, cullata in mezzo a quei fiori da musiche e danze deliziose, ed ivi il serpente lascia la sua pelle smaltata, ampia abbastanza da poterne fare il manto d’una fata. 


Con il succo spremuto da questo fiore io bagnerò il ciglio di lei e l’animo le farò traboccare dei più spaventosi desideri. 
Prendine un poco anche tu, cerca per il bosco una certa vaga fanciulla ateniese  che spasima d’amore per un giovane che la sdegna. 
Bagna con questo le palpebre di lui, ma bada di farlo quando la prima cosa ch’egli possa vedere al suo risveglio sia la dama. 
Riconoscerai il giovane ai suoi abiti ateniesi. E procura di fare ogni cosa con molta attenzione:  così ch’egli possa dimostrarsi ancor più folle d’amore per lei di quanto ella non s’è dimostrata pazza di lui. E ricordati di tornar da me innanzi il primo canto del gallo 
William Shakespeare da “Sogno di una notte di Mezza Estate”
atto secondo scena prima.

Nel suo viaggio apparente attraverso la volta celeste, il Sole raggiunge il 22 giugno il punto più alto: è il solstizio d’estate, trascorso il quale il percorso dell’astro diventa più breve, mentre le giornate si accorciano.
La data è quindi importante e, infatti, la vediamo festeggiata fin dalle età più remote. Le celebrazioni volte alla nostra stella non furono ovviamente gradite al cristianesimo, che dapprima le osteggiò, poi, vedendole perdurare, cercò di incorporarle nella propria tradizione, riferendole a san Giovanni Battista, commemorato il 24 giugno.

Ma, come la notte di santa Walpurga, anche quella che dovrebbe ricordare il santo mantenne il proprio nucleo pagano: pure in questa occasione si accendono grandi fuochi, qui volti non a cacciare le streghe, bensì a inneggiare al Sole. E questo è solo l’inizio: il solstizio d’estate, visto come il trionfo della natura, è segnato profondamente dalla « magia verde ». I falò ardono, il momento è propizio per una lunga serie di incantesimi: tra le undici e mezzanotte i rabdomanti tagliano dai noccioli i rami per la loro bacchetta divinatoria, mentre gli stregoni e le fattucchiere colgono le erbe necessarie alla preparazione di filtri e pozioni. Sempre in questa notte, si dice che il seme della felce prenda a brillare come l’oro: chi lo trova, riuscirà a scorgere i tesori nascosti nel grembo della terra.

Questo è anche il momento per raccogliere l’« erba di san Giovanni », l’«erba dell’amore »: le ragazze, un tempo, ne mettevano un pugno sotto il guanciale, sicure, così, di sognare il volto del futuro sposo. Quelle che erano già fidanzate ne appendevano invece due mazzetti sopra la stufa: se, seccandosi, si inclinavano l’uno verso l’altro, indicavano che l’unione sarebbe stata duratura e felice. Anche il mirto e la verbena, colti in tale occasione, servono per gli oracoli d’amore e, soprattutto, per impegnare reciprocamente le coppie alla fedeltà.
Alla conclusione della festa, le ceneri dei falò venivano sparse sui campi per renderli fecondi, mentre i tronchi in combusti erano portati nelle case: si diceva che preservassero dagli incendi.

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